Dopo la battuta d’arresto indotta dalla crisi pandemica, le esportazioni italiane di beni torneranno a risalire e nel 2023 toccheranno quota 510 miliardi. Ecco la mappa della ripartenza per settori e aree

L’effetto combinato della pandemia e delle incertezze ereditate dal 2019 impatteranno sulle esportazioni italiane che chiuderanno il 2020 con un calo dell’11,3%, a 422 miliardi: la peggiore battuta d’arresto dal 2009 quando l’export della penisola fece segnare un -20,9 per cento. Ma la curva è destinata a cambiare segno già dal prossimo anno quando è attesa una crescita del 9,3% con una progressione media nei due anni successivi del 5,1 per cento. A tracciare il futuro prossimo dell’export, il “motore” dell’economia italiana, è “Open”, l’ultimo Rapporto Export della Sace presentato giovedì 10 settembre in web conference dai vertici della società, il presidente Rodolfo Errore e l’ad Pierfrancesco Latini, alla presenza dei ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio.

Nel 2023 l’export di beni a quota 510 miliardi

Il documento, che come ogni anno offre alle imprese italiane una «bussola per orientarsi», secondo la definizione coniata da Alessandro Terzulli, chief economist di Sace che ne ha illustrato i contenuti, disegna quindi un pieno recupero dell’export italiano già a partire dal 2021 nonostante le pesanti conseguenze determinate dalla pandemia. Una ripresa che, come detto, consentirà alle esportazioni italiane di beni di toccare nel 2023 quota 510 miliardi.

La geografia della ripartenza

Ma dove si concentrerà la ripartenza più rapida? Come ogni anno, il Rapporto Sace fornisce una dettagliata mappa delle aree geografiche e dei settori per consentire agli esportatori italiani di orientare le proprie scelte. A subire la contrazione più evidente, si legge nel documento, sarà l’Europa avanzata e il Nord America, dove comunque ci sarà una ripresa – i settori da tenere d’occhio sono la farmaceutica e gli alimentari negli Usa, le apparecchiature medicali in Germania e le energie verdi in Nord Europa – ma non così netta da permettere di superare i livelli pre-crisi prima del 2022. Il recupero sarà invece più celere altrove: per esempio, verso l’Europa emergente e l’area Csi dove le vendite di beni italiani riusciranno a a superare i livelli del 2019 già l’anno prossimo, ma anche verso il Medio Oriente e l’Africa. Mentre la risalita sarà decisamente più lenta in Asia, America Latina e Africa Subsahariana.

I settori più colpiti e quelli che non hanno conosciuto crisi

Quanto ai settori, ad aver accusato maggiormente l’impatto della crisi sono soprattutto alcuni settori dei beni intermedi come i metalli e, in misura minore, i prodotti in gomma e plastica, ma criticità sono attese anche per diversi beni di consumo, a partire dalla moda che si riprenderà solo lentamente nel 2021. Molte ombre, poi, secondo la fotografia scatta dalla Sace, si sono registrate anche per alcuni beni di investimento, come mezzi di trasporto, meccanica strumentale e apparecchi elettrici. La contrazione provocata dalla pandemia sembra invece non aver intaccato in alcun modo le esportazioni italiane di agricoltura e alimentar i per via di una produzione che non ha subito drastici arresti durante il lockdown e di una domanda che ha continuato a mantenersi su livelli sempre molto sostenuti.

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